The strong wind

Leporello cordonato a mano. Storia di 16 donne che hanno fatto la resistenza nella storia.Copie limitate 20 euro

Angela Davis è stata una studentessa americana in lotta contro il razzismo dagli anni settanta. Angela sosteneva e sostiene tutt’ora, che il potere capitalistico impedisce alle classi lavoratrici bianche e nere di unirsi in una lotta comune e costruire una società senza pregiudizi.

Qualche tempo dopo aver aderito al movimento Black Panters venne arrestata con l’accusa di cospirazione, rapimento ed omicidio, in merito ad un’arma a lei registrata utilizzata da dei detenuti di colore per uccidere una guardia. La giuria a processo la dichiarerà libera e innocente dopo 16 mesi di isolamento. Grazie ad un forte sostegno ideologico da parte dei membri socialisti e il movimento studentesco la figura di “donna rivoluzionaria” che aveva sempre lottato per i diritti civili e per i diritti delle donne raggiunge l’apice iconoclastico.
Davis aveva fatto capire alle donne che il lavoro fuori casa non solo rappresentava un importante sostegno economico e motivo di indipendenza, ma anche l’importanza di avere delle proprie ambizioni.
Oggi Angela Davis è direttrice al Woman Institure in un’università della California.

Le tradizioni. Spesso possono togliere tanto quanto possono dare.

Per mezzo di una tradizione etnica Tuareg si svolge la storia di Balkissa Chaibou, una giovane adolescente del Niger piena di sogni ed ambizioni. “Sono tornata da scuola verso le 18 e la mamma mi ha chiamata” racconta in un intervista per la BBC “Indicò un gruppo di visitatori e disse che uno di loro mi sposerà. Ora vai a rimorchiare e lavati i capelli”. Secondo uno studio Unicef del 2013 la tradizione del Niger di sposare giovani ragazze – ha il più alto tasso di matrimoni infantili nel mondo – è in parte causa della sua povertà opprimente.

Da piccola Balkissa sogna di diventare medico, indossare il camice bianco e prendersi cura delle persone. A causa del precoce matrimonio organizzato dalla famiglia per avere una bocca in meno da sfamare e convinti che il matrimonio precoce riduca il rischio di una gravidanza fuori dal matrimonio la costringono ad andare via econvogliare a nozze con il cugino di primo grado.

Dopo diverso tempo costretta alla totale sottomissione e sotto ripetute minacce di morte e percosse da parte dello zio, in preda alla disperazione, Chaibou chiede aiuto al preside della sua scuola, Moumouni Harouna che la indirizza ad una ONGCentre for Judicial Assistance and Civic Action. Chaibou intramprende un azione legale contro il padre e lo zio e con una numerosa dose di coraggio riesce finalmente a riprendere in mano la sua vita, tornando a studiare.

Ora a 19 anni, fa campagne per le altre ragazze e studentesse per dire “no” al matrimonio forzato. Visita le scuole e parla con i capi tribali della questione. Ha parlato anche a un vertice delle Nazioni Unite sulla riduzione della mortalità materna, un fenomeno legato al matrimonio precoce, l’importanza di conoscere le realtà del proprio territorio e di lottare con tutte le forze per poter cambiare le cose.

Che cosa hanno in comune la teoria cyborg e il femminismo? Ce lo spiega la filosofa statunitense Donna Haraway,caposcuola del pensiero femminista che insegna il rapporto tra scienza e identità di genere all’università di Santa Cruz.
Il pensiero della Haraway è fondato sullo studio delle implicazioni della tecnologia e della scienza sulla vita dell’uomo moderno.

Nella cultura occidentale sono esistiti persistenti dualismi (uomo-donna, corpo-mente, natura-artificiale) e sono stati tutti funzionali alle logiche e alle pratiche del dominio sulle donne, sulle persone di colore, sui lavoratori, sugli animali; sul dominio, cioè di chiunque fosse costretto come altro dal compito di rispecchiare il sé.
La Haraway introduce quindi la figura del cyborg (uomo-macchina) che da invenzione fantascientifica diventa metafora della condizione umana.
Questa figura permette di comprendere come la pretesa naturalità dell’uomo sia in effetti una condizione culturale.

L’uso di protesi, lenti a contatto, by pass sono solo un esempio di come la scienza sia penetrata nel quotidiano e abbia trasformato la vita dell’uomo attraverso manipolazione e sperimentazione.
Se il corpo può venire trasformato e gestito, cade il mito che lo vede come sede di una individualità naturale perfetta.
Di conseguenza viene invalidato il sistema di pensiero incentrato sulla contrapposizione di due elementi antitetici perché non possiamo più pensare all’uomo in termini esclusivamente biologici.

Secondo uno studio della ONG Global Witness e del quotidiano britannico “The Guardian” l’America Latina è la regione del mondo più pericolosa per gli attivisti indigeni.

Nel 2017 sono state uccise 197 persone, uomini e donne massacrati per essersi opposti ai governi corrotti e alle imprese che saccheggiano le loro terre e danneggiano l’ambiente attraverso pratiche inique.

Olivia Arevalo Lomas era una donna di 81 anni, leader degli shipibo-konibo, una tribù indigena del Perù che vive lungo il fiume Ucayali.
Studiosa delle tradizioni si è battuta per anni in difesa dei diritti culturali e ambientalidi questo popolo. Olivia è stata uccisa con 5 colpi d’arma da fuoco al petto, nella comunità interculturale di Victoria Grecia, nella regione Ucayali.
La federazione dellecomunità native ha condannato l’omicidio e chiesto allo stato del Perù di tutelare i leader delle popolazioni indigene.
Anche il ministero della cultura ha riferito che darà tutto il sostegno necessario alle comunità.
Ciò che rimane certo è che la situazione degli indigeni dell’Amazzonia è sempre più preoccupante per chi ha come mission quella di difendere terre ancestrali, popoli indigeni e natura, dal saccheggio incontrollato di risorse.

La Novaja Gazeta pubblica più di 200 articoli in cui denuncia l’operato russo nelle repubbliche separatiste.

Inizia a lavorare per il giornale indipendente alla fine degli anni 90 Anna Politkovskaja, voce critica di Vladimir Putin e dell’intervento militare in Cecenia. La giornalista compie una serie di viaggi nelle repubbliche caucasiche (Cecenia, Daghestan ed Inguscezia), dove entra in contatto con le famiglie delle vittime, visita ospedali e campi profughi, intervista militari russi e civili ceceni, rimanendo inorridita dalle atrocità commesse dall’esercito nei confronti della popolazione civile. Avvalendosi delle testimonianze raccolte scrive libri e diventa per Mosca una figura pericolosa. Per la sua attività viene minacciata più volte di morte.

Nel 2001 è costretta a fuggire a Vienna in seguito alle intimidazioni ricevute via e-mail da Sergei Lapin, ufficiale dell’OMON (la polizia russa con delega di vigilare le ex repubbliche sovietiche), da lei accusato di crimini contro la popolazione civile cecena.

Anna Politkovskaja viene trovata cadavere nell’ascensore del suo palazzo il giorno 7 ottobre 2006 il killer avrebbe esploso contro di lei quattro colpi di pistola, più un altro di “sicurezza” alla nuca. Il presidente Putin, pochi giorni dopo l’omicidio, in una conferenza stampa affermerà che la Politkovskaja “era ben conosciuta fra i giornalisti, gli attivisti per i diritti umani e in Occidente. Comunque, la sua influenza sulla vita politica russa era minima”.

Le donne come Asia Ramazan Antar sono una parte importante delle milizie curde dislocate nel nord della Siria. Nell’area dovel’Ypg mira a costituire il Kurdistan siriano, un disegno che ora viene contrastato direttamente dall’esercito turco, la legge sancisce pari diritti tra uomini e donne e le “quote rosa” sotto le armi sono pari al 35 per cento del totale. Sono state tante, in questi anni, le donne morte nella guerra all’Isis. Ragazze giovani che, al pari di tutti i loro connazionali, ora sono anche nel mirino dei militari turchi e dei loro alleati.

Asia si era arruolata nell’Ypg nel 2014, aveva vent’anni e da due combatteva al fronte. Esponente di una società che ha riconosciuto tanti diritti alle donne, non vorrebbe essere ricordata per la sua bellezza ma semplicemente per quello che era: una donna che ha preso le armi, come tante, morta come tante nel nome di un sogno legittimo, quello di una Patria che non esiste. I media mostrino rispetto per coloro che hanno combattuto e continuano a farlo ma rischiano di essere sacrificati per l’ennesima volta sull’altare degli interessi internazionali.

La nuova intesa tra Turchia e Stati Uniti, infatti, allontana la “terra promessa” dei curdi. Una delle tante questioni del caos siriano, la più ignorata dalla stampa occidentale.

Quando il Kenya era una colonia inglese, le figlie dei contadini Kikuyu non andavano a scuola.

Grazie all’insistenza di uno dei fratelli di Wangari Maathai, inizia a frequentare le elementari del villaggio e successivamente fù prima della sua classe al liceo Nostra Signora di Loreto, unico liceo femminile in Kenya. Finito il corso di specializzazione in biologia nel 1966, è nominata assistente di ricerca al Dipartimento di zoologia dello University College di Nairobi.
Durante la giornata mondiale per l’ambiente del 1977, con altre donne del Consiglio nazionale, pianta sette alberi in un parco appena fuori città. «Un simbolo di pace», spiegherà. È l’inizio del movimento femminile greenbelt contro il degrado ambientale, ma anche contro la corruzione e il “tribalismo” del partito unico di Daniel arap Moi, presidente dal 1978 al 2002.

Le attiviste sono picchiate, incarcerate, minacciate di morte, ma continuano a distribuire semi e a insegnare alle altre a curare i vivai, a difenderli con forme di lotta non violente, protette da agenzie dell’Onu e da ong straniere, e finanziate dalla Società forestale norvegese nasce il Pan African #greenbelt Network che in quindici paesi combatte la desertificazione, la siccità e la fame.

Mentre Wangari colleziona premi internazionali, la sua popolarità e quella di Green Belt continuano a crescere e il movimento si trasforma. Le campagne di diffamazione, gli arresti e i processi si moltiplicano. Mwangi Maathai accusa la moglie di tradirlo, di essere una ribelle che «non riesce più a controllare», di trascurare lui e i figli, e vince la causa di divorzio.
Nel 2002 Wangari Maathai – con una “a” in più perché l’ex-marito le ha vietato di usare il cognome da sposata si presenta alle elezioni con la Coalizione arcobaleno e nella sua circoscrizione viene eletta con il 98% dei voti. Nonostante il cancro alle ovaie, insieme alle “sorelle Nobel” fonda la  nobel womens initiative per dar visibilità a quelle che come lei cercano di rendere il mondo un po’ più vivibile per tutti

“Sono dove avete sempre desiderato ma non sto suonando Bach,” scrisse una volta ai genitori Nina Simone, ovvero Eunice Kathleen Waymon. Dall’età di sette anni suonava il piano e l’organo e cantava con le sue sorelle all’oratorio della chiesa. Ma il pregiudizio razziale che era endemico nel profondo sud negli anni ’40 l’ha condizionata per molto tempo. Successivamente ha descritto come l’evento formativo della sua vita uno spettacolo in cui, a 12 anni, suonava il piano della biblioteca locale, ed ai suoi genitori è stato chiesto di restare in piedi nella parte posteriore della sala in quanto “neri”.

Cantando il gospel, il jazz e il blues, ha poi lavorato per parecchie case discografiche mentre, a partire dal 1963, ha iniziato a lavorare stabilmente con la Philips (sette album in quattro prolifici anni). E’ in questo periodo che ha registrato alcune delle sue canzoni più incisive,”Old Jim Crow” e “Mississippi Goddam”, che si sono trasformate in un inno per i diritti civili diventa autrice di canzoni di protesta e portabandiera di una rivoluzione. Era amica ed alleata sia di Malcolm Xche del Dr. Martin Luther King. Nina Simone ha infatti lasciato l’America alla fine degli anni ’60, accusando sia il “FBI” che la “CIA” di non essersi mai seriamente preoccupati del problema del razzismo.

Per i 25 anni successivi ha girato il mondo. La cantante afroamericana si è sposata due volte, ha avuto una figlia e ha condotto una difficile vita personale. Ha avuto rapporti complicati con una serie di uomini potenti e spesso violenti. In una sua autobiografia, “I put a spell on you”, ha raccontato come è stata picchiata dal suo manager e marito Andrew Stroud. Muore sola, povera e malata il 21 aprile 2003 nella sua casa di Carry le Rouet, a pochi chilometri da Marsiglia.

Ma resterà per sempre viva la prodigiosa Eunice, che voleva suonare la musica dei bianchi e invece ha creato Nina. La guerriera che ha trasformato la sua musica e la sua voce indimenticabile nello strumento di lotta di un intero popolo, per l’affermazione della sua indipendenza che lentamente, per tutta la vita l’ha consumata

Magdalena Carmen Frida Kahlo y Calderón dichiara di essere nata nel 1910 con la rivoluzione delNuovo Messico.

“Dipingo me stessa perché trascorro molto tempo da sola e perché sono il soggetto che conosco meglio”.
Con queste rappresentazioni Frida infrange i tabù relativi al corpo e alla sessualità femminile“.

Sonita Alizadeh ha attirato l’attenzione quando ha rilasciato Brides for Sale, un video in cui rappa sulle bambine che vengono vendute in matrimonio dalle loro famiglie. Nata in Afghanistan ma cresciuta in un campo per rifugiati in Iran insieme al fratello maggiore durante il regime dei talebani ha appena dieci anni quando sua madre tenta di venderla a un uomo che voleva sposarla. Sei anni dopo i genitori cercarono di venderla una seconda volta, per 9mila dollari, ma senza successo. A quel punto Sonita, ha imparato a scrivere e ha composto clandestinamente un pezzo rap. Dokhtar Forooshi (Figli in vendita). Nel video della canzone, Sonita è vestita da sposa, ha il volto coperto di lividi, un codice a barre sulla fronte e supplica la famiglia di non venderla.

Il brano ha fatto il giro del mondo ed è arrivato anche allo Strongheart group, un progetto statunitense che mira ad aiutare giovani ambasciatori del cambiamento a far sentire la propria voce. La vicenda di Sonita, che la giovane rapper ha raccontato nell’ottobre 2015 alWomen in the World Summit di Londra, è una storia a lieto fine. Alizadeh attualmente vive a Washington D.C. e frequenta l’American University. Oltre a frequentare le lezioni, continua a scrivere canzoni. Il suo documentario, intitolato Sonita, è stato presentato in anteprima all’International Documentary Fil.

“Cerchiamo di vivere in pace, qualunque sia la nostra origine, la nostra fede, il colore della nostra pelle, la nostra lingua e le nostre tradizioni. Impariamo a tollerare e ad apprezzare le differenze. Rigettiamo con forza ogni forma di violenza, di sopraffazione, la peggiore delle quali è la guerra”

Margherita Hacknasce a Firenze nel 1922 e, insoddisfatti della religione, insieme alla sua famiglia abbraccia la Società teosofica, una filosofia indiana molto vicina al buddismo che pratica il rispetto per tutti gli esseri viventi.

Dopo la guerra, a Firenze frequentò la facoltà di fisica, laureandosi con una tesi di astrofisica sulle Cefeidi, una classe di stelle che diventano più o meno brillanti, consentendo il loro utilizzo per la misura delle distanze cosmiche fino a qualche decina di milioni di anni luce.

Enorme fu lo sviluppo delle attività didattiche e di ricerca che Margherita Hack promosse all’Università di Trieste, dove diede vita nel 1980 ad un “Istituto di Astronomia” che fu poi sostituito nel 1985 da un “Dipartimento di Astronomia”: la scienziata ne fu direttrice fino al 1990, diventando così la prima donna in Italia a dirigere un osservatorio astronomico. Durante questo lungo periodo ha trasformato questo Osservatorio da un piccolo Istituto “di provincia” a un Istituto esposto alla ricerca astronomica internazionale ed ai grandi progetti di punta. Credo che il miglior modo di ricordarla sia prendendo su tutti noi la responsabilità di portare avanti il suo insegnamento, la sua lezione di rettitudine morale, la sua inflessibile onestà intellettuale e passione per la ricerca .

Lea Melandri è tra le maggiori teoriche italiane del femminismo. Come le conferenze e i seminari a cui partecipa in varie città d’Italia. Oggi è presidente della Libera Università delle Donne di Milano, contribuendo a fare della città uno dei centri internazionali del pensiero sulle donne, animando il dibattito con scritti, incontri, iniziative culturali, civili e politiche.

L’esperienza più “impresentabile”, dissepolta e restituita alla parola, allo sguardo di una collettività attenta, veniva a occupare un posto di primo piano in quella “narrazione di sé” che è statal’autocoscienza”, pratica politica anomala, originale, del femminismo: un “fare e disfare”, una rilettura della storia personale fatta di andirivieni, sogno e lucidità di analisi, sostenuta o contraddetta dall’attenzione di altredonne, un guardare e essere guardate nei risvolti più profondi, spesso inconsapevoli, di una “rappresentazione del mondo aprioristicamente ammessa”

Quella che definisce “scrittura di esperienza” interroga innanzi tutto il pensiero, il suo radicamento nella memoria del corpo, nelle sedimentazioni profonde che hanno dato forma inconsapevolmente al nostro sentire. In quelle zone remote e “innominabili”, la storia particolarissima di ogni individuo incontra comportamenti umani che sembrano eterni, immodificabili, uguali sotto ogni cielo. Tra queste, vanno a collocarsi le figure del maschile e del femminile, che il corso della storia ha modificato, ma non tanto da cancellare i tratti della vicenda originaria che ha dato loro volti innegabilmente e duraturi.

Mary Walker si offrì volontaria allo scoppio della guerra civile americana come chirurgo, ma fu respinta perché era una donna. Le fu offerto il ruolo di infermiera, ma rifiutò e scelse di fare volontariato come chirurgo per l’ esercito dell’Unione come civile.

Come suffragista, era felice di vedere donne che servivano come soldati. Mary Walker fu il primo chirurgo femminile dell’esercito dell’Unione. Indossava abiti da uomo durante il suo lavoro e sostenendo che fosse più facile per le elevate esigenze del suo lavoro.
Il 10 aprile 1864, fu catturata dalle truppe confederate e arrestata come spia, subito dopo aver finito di aiutare un dottore confederato a eseguire un’amputazione.
Fu inviata a Castle Thunder a Richmond , in Virginia , e vi rimase fino al 12 agosto 1864, quando fu rilasciata come parte di uno scambio di prigionieri.

Le sue ideologie e pratiche hanno ulteriormente cementato la determinazione di Mary a sfidare i tradizionali standard femminili su un principio di ingiustizia. Dopo la guerra, Walker ricevette una pensione di invalidità per parziale atrofia muscolare subita mentre era imprigionata dal nemico. È diventata una scrittrice e docente, sostenendo questioni come l’ assistenza sanitaria , la temperanza , i diritti delle donne e la riforma dell’abbigliamento per le donne. Ha scritto due libri che discutono dei diritti e del vestito delle donne.
Ha tentato di registrarsi per votare nel 1871, ma è stata respinta. La posizione iniziale del movimento delle suffragette, seguendo la sua guida, era quella di affermare che le donne avevano già il diritto di voto e che il Congresso aveva bisogno solo di emanare una legislazione abilitante. Dopo diversi anni infruttuosi a sostegno di questa posizione, il movimento ha promosso l’adozione di un emendamento costituzionale.

Dopo una lunga malattia, Walker morì in casa il 21 febbraio 1919, all’età di ottantasei anni. Fu sepolta nel Cimitero Rurale di Oswego, New York , indossava un abito nero invece di un vestito. La sua morte avvenne nel 1919 un anno prima del passaggio del diciannovesimo emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti , che garantiva alle donne il diritto di voto

Eufrosina Cruz Mendoza è un’attivista messicana per l’uguaglianza di genere, i diritti delle donne e dellecomunità indigene.
Eufrosina proviene da un piccolo villaggio zapoteca, Santa María Quiegolani in Oaxaca, in cui la lingua sono le lingue zapoteche. La sua vita era quella di tante #donne zapoteche che tradizionalmente vivevano: alzarsi alle 3 del mattino, raccogliere carburante, macinare il mais, preparare le tortillas, guardare i bambini e pulire la casa.
La maggior parte delle ragazze di questi villaggi hanno poche possibilità di completare la scuola elementare e si sposano in giovane età con uomini scelti dai loro padri.

Nel novembre 2010 è diventata la prima donna indigena nella storia politica di Oaxacan, ricoprendo la carica di deputata del PAN (Partito Azione Nazionale) e presidente del consiglio di amministrazione del congresso locale.
Il 3 ottobre 2008 Cruz ha ricevuto ilNational Youth Award per il suo contributo alla cultura politica, consegnato dal Presidente Felipe Calderón.

All’inizio degli anni ’70,Mitsu Tanakaera una delle principali attiviste del femminismo nel suo nativo Giappone, dove il movimento di liberazione delle donne era chiamato uuman ribu . Ha contribuito a creare un gruppo di attivisti noto come Garuppu Tatakau Onnatachi (Gruppo di donne combattenti), che ha organizzato molte proteste pubbliche che hanno suscitato grande attenzione da parte dei media in Giappone.

Hanno trasmesso una critica globale dei sistemi politici, economici, sociali e culturali del Giappone moderno a causa della loronatura patriarcale e capitalista. Un elemento centrale della loro critica alla società maschile dominata dal Giappone si è concentrato sulla necessità della liberazione del sesso (sei no kaihō), con un’enfasi sulla necessità della liberazione delle donne (onna no kaihō) dal sistema familiare giapponese incentrato sugli uomini. Il gruppo si è impegnato in una varietà di campagne femministe e azioni dirette. “Credere che un aborto sia un omicidio e che le donne che hanno subito un aborto siano quindi assassine è intollerabile”. A partire da questa ammissione del “male” che fanno le donne, Mitsu Tanaka ha poi fatto luce e ha condannato la struttura sociale che ha costretto le donne a diventare “assassine”. Morioka chiama questa linea di pensiero “risalire dal male”. 

Altre femministe giapponesi hanno protestato a favore della legalizzazione della pillola anticoncezionale durante la stesso anno. Tuttavia, la pillola anticoncezionale non è stata legalizzata in Giappone fino al 1999 e le donne fanno ancora spesso affidamento sull’aborto come alternativa in Giappone oggi. L’attivismo femminista in Giappone rimane oggi ai margini della società, ma è stato più fortemente emarginato durante gli anni dell’attivismo di Tanaka. 

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Marielle Franco è stata uccisa nel quartiere Estacio di Rio de Janeiro la notte tra il 14 e il 15 marzo 2018. Nell’agguato ha perso la vita anche il suo autista mentre un addetto stampa è rimasto ferito.
In prima linea nel denunciare gli abusi della polizia e le esecuzioni extragiudiziali, nel 2016 era stata eletta nel consiglio comunale di Rio de Janeiro.
Come membro della Commissione statale per i diritti umani di, Marielle ha lavorato instancabilmente per difendere i diritti delle donne nere, dei giovani nelle favelas, delle persone Lgbtie di altre comunità emarginate.
Due settimane prima del suo omicidio era stata relatrice per una commissione speciale che il consiglio comunale ha creato per monitorare l’intervento federale in corso a Rio e la militarizzazione della sicurezza pubblica. Il nome del presidente del Brasile Jair Bolsonaro era già circolato in relazione all’omicidio, che aveva suscitato estese proteste e rivendicazioni nella sinistra brasiliana e internazionale. Ci sono alcune prove, e non teorie, che collegano il presidente all’assassinio di Marielle.